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Il prof. Trabucchi: “L’anziano deve sentirsi protetto, è una responsabilità collettiva. La politica ha rinunciato al suo ruolo”

Il prof. Marco Trabucchi, relatore al Convegno “La salute della persona anziana”, il 30 e 31 gennaio a Caltanissetta, è un caposcuola della geriatria in Italia. Medico psichiatra, esperienza professionale in Uganda e per tre anni al National Institute of Mental Health di Washington D.C., ha insegnato neuropsicofarmacologia all’Università Tor Vergata di Roma. E’ stato presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria ed è attualmente Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria. Una delle sue ultime pubblicazioni tratta “L’Ageismo. Il pregiuidizio invisibile che discrimina gli anziani“.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda al termine del Convegno.

Il titolo della sua relazione di oggi  era “Invecchiare non fa paura”. La paura è uno stato d’animo che incide molto sulla percezione sociale e anche sul clima politico e culturale di un Paese. Gli anziani sono quasi maggioranza, secondo i dati che abbiamo visto, e quindi una categoria di anziani che vive nella paura è un potenziale di implosione sociale molto preoccupante. Come si può, attraverso l’intervento sul benessere, sulla salute, disinnescare questo meccanismo?

– Io ritengo che prima di tutto sia necessaria una società coesa, che si prenda carico di tutti e in particolare delle persone più fragili come gli anziani. L’anziano per non provare paura deve sentirsi protetto dal Sistema Sanitario, protetto dalla società civile, protetto nei suoi diritti, protetto nella sua sopravvivenza economica. Però per fare questo il sistema deve funzionare, la società civile si deve assumere questa responsabilità; e quindi invitare l’anziano a dire “la vecchiaia non fa paura” è molto importante, perché lui deve capire che attraverso il suo personale comportamento può migliorare il suo futuro. E’ un discorso sociale: l’anziano fragile deve sentire che intorno a lui c’è una società che lo difende.

L’esempio che noi facciamo spesso è quello delle Comunità amiche della demenza. Per le persone affette da demenza si sono create delle strutture, in alcune comunità, che si sono assunte la responsabilità di aiutare le famiglie. E quindi una famiglia che vive in una Comunità amica della demenza, sente che è protetta, che è aiutata e nel momento di difficoltà sa a chi rivolgersi.

Quindi complessivamente il non avere paura ha due valenze. All’anziano dire “Guarda che se tu fai qualche cosa, se tu vivi, fai attività fisica, hai una buona cura, una buona dieta, una protezione dalle malattie, ma sopratutto se sei generoso verso gli altri, è una generosità che poi torna indietro e ti fa star bene”. Questo per l’anziano singolo.  In generale c’è poi la responsabilità collettiva della comunità e questa è una cosa  importantissima. Perchè una comunità egoista, una comunità ageista, una comunità che pensa soltanto a quelli che stanno bene, pensa solo alle persone che producono, è una società ingiusta, che poi continua a portare avanti l’ingiustizia. È  una società dove le cose non cambieranno mai.

Per realizzare questo sono necessarie delle riconversioni di tutte le politiche pubbliche, non solo di quelle sanitarie, perchè per fare le Comunità amiche della demenza, ci sono dei costi, non si può puntare solo sul volontariato

– No, non si può puntare solo sul volontariato, però a volte i soldi sono una scusa per non fare le cose. In questo momento non possiamo dire che la società italiana sia povera, non possiamo dire che lo Stato italiano a tutti i livelli sia povero: si trovano i denari, però bisogna saper fare delle scelte, perché altrimenti, se si investono risorse senza avere una idea di fondo molto forte, sono sprecati.

Secondo lei esiste una questione meridionale della sanità? I fondi, le risorse, che, per esempio, la Sicilia ha nel settore sanitario, non sono inferiori a quelle di altre regioni. Però perché la sanità qui è così disastrata?

– La disorganizzazione, la scarsa volontà di progettare, di andare contro le corporazioni. La politica, in Sicilia come in altre regioni, ha rinunciato al suo ruolo di difensore primario dei diritti delle persone deboli e delle persone malate, ha accettato di fare la mediazione tra le corporazioni. Ma la mediazione tra le corporazioni non porta da nessuna parte. Poi ci sono tanti interessi economici, nella medicina l’interesse privato può avere senso se serve ad arricchire alcune situazioni, ma non può essere quello che domina. E potrà andare sempre peggio, perchè rischiamo, con l’introduzione delle nuove tecnologie, se non c’è un sistema sano alla base, di diventare schiavi, perchè sono quelle che comanderanno.

Lei ha parlato dei rischi dell’Intelligenza Artificiale. Molti, specie tra i giovani, la vedono come un toccasana contro la malasanità. Come si può contrastare questa convinzione?

– Se noi abbiamo il governo del sistema, l’IA diventa utile, perchè obbedirà alle nostre indicazioni, se invece non abbiamo un sistema forte, diventano i padroni, perchè hanno i soldi, le tecnologie, le conoscenze e diventeranno i padroni. Allora noi faremo, noi operatori prima ancora che i cittadini, faremo i poveri servi di un potere che è altrove e ci renderemo conto di non contare più niente.

Perchè è così difficile in Sicilia, replicare esperienze come quella di Brescia, di cui abbiamo sentito parlare oggi, dei reparti di geriatria, anche solo costituire nelle aziende ospedaliere i reparti di geriatria? Forse finora la geriatria è stata ritenuta un ramo secondario delle specializzazioni. Ora che gli anziani sono quasi la maggioranza potrebbe diventare più diffusa e importante della pediatria

– Il problema vero è che bisogna incominciare a studiare, mandare i giovani all’estero a capire come fare. Qui è tutto difficilissimo, ma se non si comincia da qualche parte… il 30% dei giovani che si vogliono specializzare in geriatria devono andare a fare una stage in qualche centro estero dove le cose funzionano. Se non vogliono farlo non si iscrivano a questa specializzazione.

Bisogna avere anche una certa durezza per cambiare. Con gli accomodamenti non si cambia niente

Articolo scritto dalla Prof.ssa Falci de ilcaffequotidiano.online



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